Caso clinico n° 3

Certi silenzi… sono molto comunicativi
Fine anni ’80, sono laureato da poco, futuro specialista in pneumologia e svolgo attività di guardia medica.
Una domenica mattina ricevo la classica telefonata per visita domiciliare: il sig. G., di circa anni 70 fa fatica a respirare.
Sto per salire in auto quando incontro il dr M., medico di medicina generale, stimato da tutti e apprezzato per l’impegno professionale e la disponibilità personale.
“Dove stai andando?” Capisco che vorrebbe aggiungere “figliolo”, ma si trattiene. Dalla risposta percepisce la mia preoccupazione.
“Ah, il sig. G, lo conosco da 30 anni. Se ti ha chiamato per lui, vuol dire che sta proprio male. Senti, devo giusto andare da quelle parti, ti do un passaggio con la mia auto, lo vediamo insieme”.
Entriamo in casa del sig. G. è abbastanza sovrappeso, visibilmente affaticato: si capisce perché non riesce a stare disteso, parla con difficoltà e ha atti del respiro molto frequenti, anche se non profondi.
Sul comodino, come capitava spesso allora, vedo un pacchetto di sigarette.
La pressione arteriosa è un po’ alta. Lo ausculto con il fonendoscopio, il cuore è decisamente veloce, anche se i toni sono attenuati, mentre gli atti respiratori (murmure vescicolare) sono poco udibili. Niente di significativo a carico dell’addome e anche le gambe non sono gonfie.
Guardo il dr M. perplesso e gli dico: E’ strano, deve avere qualcosa di respiratorio, ma non sento niente”.
Lui prende dalla sua borsa un erogatore spray di broncodilatatore (salbutamolo, nell’occasione) e pratica al sig. G. sei applicazioni (puff) facendo molta attenzione a coordinare ciascuna somministrazione con gli atti del respiro.
“Ora aspettiamo 15 minuti”, mi dice, “poi ripeteremo il tutto. Nel frattempo, gli pratichiamo anche una iniezione di cortisone.”
Ripetuto come da programma i puff di salbutamolo, dopo circa 30 minuti il sig. G. sembra stare meglio. Gli atti respiratori sono un po’ meno frequenti, riesce a chiedere alla moglie la cortesia di preparare il caffè per i “dottori”.
A questo punto il dr M. mi chiede: “ Cosa ne dici di auscultarlo nuovamente ?”
Bene. Mettendo il fonendoscopio sul torace del sig. G . sono comparsi tutta una batteria di suoni respiratori, suggestivi per un importante broncospasmo.
A questo punto dico al dr. M.: “è una bella bronchite cronica riacutizzata, come ha fatto ad arrivarci, dottore?” “Mio caro,” mi risponde, “in questo caso ho giocato facile. Conosco il sig. G. da almeno 30 anni…”
Riprendo: “Chiamiamo l’ambulanza per farlo portare in ospedale?”
“A parte il fatto che non mi rivolgerebbe più la parola e probabilmente cambierebbe medico di famiglia”, mi risponde il dr M… “G. sta visibilmente meglio. Facciamo una prescrizione di farmaci adeguata, spieghiamo bene cosa deve fare. Domani mattina passerò a rivederlo”
Sono passati un po’ di anni. Inizio dicembre 2023: sto svolgendo attività di pronto soccorso. Giunge tramite ambulanza di base del servizio 118 alla mia osservazione il sig. H.
Fa fatica a parlare e respirare, i parametri vitali non sono male, tuttavia è piuttosto sofferente. La frequenza respiratoria è molto elevata.
Lo ausculto con il fonendoscopio. Così come tanti anni prima, nel caso del sig. G, sento poco e niente.
“Cosa mi sta succedendo, dottore?” – riesce a dirmi a fatica il sig. H. –
“Ora vediamo” gli rispondo. “Per capire bene faremo gli esami completi, un ECG e una RX Torace; prima però respiri da questo boccaglio, faremo 6 “spruzzini” di broncodilatatore”.
Dopo un saluto ideale, riconoscente al dr M. (e alle nozioni di fisiopatologia respiratoria) continuo ad assistere il sig. H. come programmato.
In effetti quando le vie aeree sono chiuse, a causa del broncospasmo grave, i polmoni si riempiono d’aria che non riescono a espellere e diventano “silenziosi”.
L’applicazione del broncodilatatore riapre appunto le vie aeree e ripristina i rumori respiratori.
Prevenzione e cura delle malattie respiratorie
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