Microplastiche e salute respiratoria: una nuova minaccia per i polmoni?
Le particelle invisibili che respiriamo ogni giorno
Quando si parla di microplastiche, l’attenzione si concentra generalmente sull’inquinamento degli oceani, dell’acqua e degli alimenti. Esiste tuttavia un’ulteriore possibile via di esposizione: l’inalazione attraverso l’aria.
Le microplastiche sono particelle di materiale plastico generalmente inferiori a 5 millimetri; le nanoplastiche hanno dimensioni ancora più ridotte. Possono originarsi dalla degradazione di oggetti e materiali plastici, dall’usura degli pneumatici, dal rilascio di fibre tessili sintetiche e da numerose attività industriali e domestiche.
Una parte di queste particelle può essere sospesa nell’aria e raggiungere le vie respiratorie. L’entità dell’esposizione individuale, tuttavia, non è ancora definita con sufficiente precisione e varia probabilmente in funzione dell’ambiente, delle attività svolte e delle caratteristiche delle particelle.
Le microplastiche arrivano nei polmoni?
Alcuni studi hanno identificato particelle microplastiche in campioni di tessuto polmonare umano. Questo dato documenta la possibilità che tali particelle vengano inalate e persistano, almeno in alcuni casi, nel sistema respiratorio.
Una revisione pubblicata nel 2024 ha esaminato le interazioni tra micro- e nanoplastiche e le cellule polmonari, nonché i possibili effetti biologici dell’esposizione. Gli autori sottolineano tuttavia che non è ancora possibile stabilire quale sia l’impatto clinico dell’esposizione alle concentrazioni normalmente presenti nell’ambiente. (PubMed Central (PMC))
La distinzione è essenziale: rilevare microplastiche nel tessuto polmonare dimostra la loro presenza, ma non dimostra che esse provochino una malattia respiratoria nell’uomo.
Cosa possono fare alle cellule polmonari?
Le ricerche sperimentali hanno esplorato diversi possibili meccanismi biologici:
● stress ossidativo, con produzione di specie reattive dell’ossigeno;
● risposte infiammatorie a livello delle vie respiratorie;
● alterazioni della funzione delle cellule epiteliali;
● possibile interferenza con il surfattante polmonare;
● modificazioni della risposta immunitaria;
● danno cellulare e alterazioni dei processi di riparazione;
● nei modelli sperimentali, attivazione di meccanismi potenzialmente associati alla fibrosi polmonare. (PubMed)
Questi risultati forniscono elementi di plausibilità biologica, ma non costituiscono di per sé una dimostrazione di rischio clinico per la popolazione.
Gli effetti osservati possono inoltre dipendere dalle caratteristiche della particella: tipo di polimero, dimensioni, forma, superficie, grado di degradazione e presenza di additivi o di altre sostanze adsorbite. Non è quindi corretto considerare tutte le microplastiche come un’esposizione biologicamente uniforme.
Microplastiche e asma
L’asma è una delle patologie respiratorie per le quali è in corso un crescente interesse scientifico.
È stato ipotizzato che l’esposizione a particelle inalate possa influenzare l’infiammazione delle vie aeree o modificare la risposta dell’organismo ad altri inquinanti. Si tratta tuttavia di un’ipotesi ancora in fase di valutazione.
Al momento, non è possibile affermare che le microplastiche siano una causa dimostrata dell’asma nell’uomo.
La letteratura più recente può suggerire possibili associazioni, ma presenta importanti limiti metodologici. Tra questi rientrano la difficoltà di misurare l’esposizione individuale, la variabilità delle particelle analizzate e la complessità di distinguere l’eventuale effetto delle microplastiche da quello di altri inquinanti atmosferici. (PubMed)
E la BPCO?
Anche la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) è oggetto di ricerca.
Dal punto di vista teorico, le microplastiche potrebbero contribuire a processi di stress ossidativo e infiammazione delle vie respiratorie, meccanismi già rilevanti nella patogenesi della BPCO. Questa possibilità rappresenta una ipotesi biologicamente plausibile, non una relazione causale dimostrata.
Alcune revisioni riportano possibili associazioni tra esposizione a particelle plastiche e patologie respiratorie quali BPCO e fibrosi polmonare. Tuttavia, una parte consistente delle evidenze deriva da studi sperimentali o osservazionali, nei quali non è sempre possibile escludere il ruolo di altri fattori di rischio. Inoltre, le concentrazioni utilizzate in alcuni esperimenti possono essere molto superiori a quelle misurate nell’ambiente reale. (PubMed)
Pertanto, allo stato attuale, non è possibile attribuire alle microplastiche un ruolo causale indipendente nello sviluppo o nella progressione della BPCO.
Un problema particolare negli ambienti di lavoro
L’esposizione professionale merita particolare attenzione, soprattutto nell’ambito della prevenzione e della valutazione del rischio.
I lavoratori dell’industria della plastica, del tessile e di altri settori possono essere esposti a concentrazioni di fibre e particelle sintetiche superiori a quelle della popolazione generale. Tuttavia, una maggiore esposizione non consente, da sola, di stabilire che le microplastiche siano responsabili di specifiche malattie.
La medicina occupazionale ha documentato che l’esposizione prolungata a determinate polveri e fibre può essere associata a patologie respiratorie. Questi dati, però, non possono essere automaticamente trasferiti alle microplastiche, perché materiali, dimensioni delle particelle, modalità di esposizione e livelli di dose possono essere differenti.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità sottolinea la necessità di approfondire il possibile impatto dell’inalazione di micro- e nanoplastiche e di migliorare la caratterizzazione dell’esposizione professionale e ambientale. (Organizzazione Mondiale della Sanità)
Microplastiche e tumore del polmone: attenzione alle conclusioni
È uno degli aspetti più delicati.
Al momento non possiamo affermare che le microplastiche causino il tumore del polmone.
In alcuni modelli sperimentali sono stati osservati meccanismi potenzialmente rilevanti, tra cui infiammazione, stress ossidativo e danno cellulare. Tuttavia, la presenza di tali meccanismi non dimostra che l’esposizione ambientale alle microplastiche provochi tumori nell’uomo.
Per valutare una relazione causale sono necessari dati epidemiologici solidi, una misurazione affidabile dell’esposizione, la considerazione dei principali fattori confondenti e una coerenza complessiva tra studi diversi.
È quindi necessario distinguere tra:
presenza → plausibilità biologica → evidenza sperimentale → associazione epidemiologica → causalità.
Si tratta di livelli di evidenza differenti, che non devono essere sovrapposti né interpretati come equivalenti.
Chi potrebbe essere più esposto?
Alcune categorie potrebbero presentare livelli di esposizione superiori, ma non è ancora possibile stabilire con certezza se ciò si traduca in un rischio clinico specifico:
● lavoratori esposti a plastiche e fibre sintetiche;
● persone che vivono o lavorano in ambienti con elevata presenza di polveri;
● persone esposte a importanti fonti di particolato atmosferico;
● bambini, il cui apparato respiratorio è ancora in sviluppo;
● soggetti con malattie respiratorie croniche.
Queste categorie devono essere considerate prioritarie per la ricerca e per la prevenzione, non necessariamente come gruppi nei quali sia già dimostrato un rischio attribuibile alle microplastiche.
Sono necessarie ulteriori indagini per determinare quali gruppi presentino effettivamente una maggiore esposizione e se questa sia associata a specifici esiti respiratori.
Cosa possiamo fare oggi?
Non esiste attualmente una strategia clinica specifica per “eliminare le microplastiche dai polmoni”.
È invece ragionevole adottare misure generali di riduzione dell’esposizione agli inquinanti atmosferici:
1. Ventilare gli ambienti, evitando tuttavia di introdurre aria esterna nei periodi in cui l’inquinamento atmosferico è elevato.
2. Ridurre la presenza di polvere domestica, soprattutto negli ambienti con numerosi tessuti sintetici, attraverso una pulizia regolare e adeguata.
3. Prestare attenzione agli ambienti di lavoro, utilizzando i dispositivi e le procedure di protezione previsti quando esiste un’esposizione professionale a polveri o particelle.
4. Evitare il fumo di tabacco, che rimane un fattore di rischio respiratorio molto più solidamente dimostrato.
5. Ridurre, quando possibile, l’uso e la dispersione non necessaria di materiali plastici.
Queste misure sono coerenti con una generale riduzione dell’esposizione agli inquinanti ambientali, ma non costituiscono una terapia specifica contro le microplastiche e non sono state dimostrate come interventi in grado di prevenire malattie respiratorie attribuibili a esse.
La domanda più importante: quanto è realmente pericoloso ciò che respiriamo?
Questa rappresenta oggi una delle principali lacune della ricerca.
Gli studi disponibili hanno documentato la presenza di microplastiche in alcuni campioni polmonari e hanno osservato, in modelli cellulari e animali, risposte infiammatorie e stress ossidativo. Questi risultati sostengono una possibile plausibilità biologica, ma non consentono di quantificare il rischio clinico per la popolazione generale.
Non sappiamo ancora con sufficiente precisione quanta plastica venga inalata quotidianamente, quale frazione raggiunga effettivamente le regioni alveolari, quanto tempo rimanga nel polmone e quale dose, se esiste, sia necessaria per provocare un danno clinicamente significativo.
Una revisione sistematica pubblicata nel 2026 ha identificato 17 studi sul rapporto tra esposizione a microplastiche e salute respiratoria. Gli autori riportano la presenza di microplastiche nei polmoni e alcuni segnali di infiammazione, ma sottolineano che la differenza tra le concentrazioni utilizzate negli studi sperimentali e quelle dell’ambiente reale rappresenta ancora un importante limite nell’interpretazione dei risultati. (PubMed)
In conclusione
Le microplastiche sono diventate un tema di interesse per la medicina respiratoria e per la ricerca ambientale.
Sappiamo che:
✔ possono essere inalate;
✔ sono state identificate in alcuni campioni di tessuto polmonare umano;
✔ in modelli sperimentali possono attivare risposte infiammatorie e stress ossidativo;
✔ esistono ipotesi biologicamente plausibili e alcuni segnali di possibile associazione con malattie respiratorie;
ma:
✘ non abbiamo ancora dimostrato in modo definitivo che l’esposizione ambientale quotidiana alle microplastiche provochi BPCO, asma, fibrosi polmonare o tumore del polmone.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità considera quindi le micro- e nanoplastiche un’area di crescente interesse sanitario e sottolinea la necessità di ulteriori studi per definire meglio i livelli di esposizione, gli eventuali effetti biologici, le associazioni epidemiologiche e la possibile causalità. (Organizzazione Mondiale della Sanità)
Il messaggio per i pazienti
Non ci sono elementi sufficienti per considerare le microplastiche una causa già dimostrata di malattie respiratorie. Tuttavia, la loro presenza nel sistema respiratorio e i possibili effetti biologici osservati in laboratorio giustificano ulteriori studi e un approccio prudente alla riduzione dell’esposizione agli inquinanti.
La ricerca è in rapida evoluzione. Nei prossimi anni sarà fondamentale chiarire non soltanto se le microplastiche possano influenzare il polmone, ma soprattutto a quali livelli di esposizione e in quali persone eventuali associazioni diventino clinicamente rilevanti.
