Quando la sigaretta entra nel percorso oncologico: il casoesemplificativo dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano
“Ho un tumore, ma non riesco a smettere di fumare”.

È una frase che può sembrare paradossale, ma che rappresenta una situazione tutt’altro che eccezionale nella pratica clinica. La diagnosi di cancro non determinaautomaticamente la cessazione dal fumo. La dipendenza da nicotina può infatti persistere anche quando il paziente è pienamente consapevole dei rischi e sta affrontando un percorso terapeutico complesso.

È proprio questo il tema affrontato da Chiara Veronese, Roberto Mazza, Elena Munarini, Elisa Cardani, Debora Spitaleri e Roberto Boffi, della Fondazione IRCCSIstituto Nazionale dei Tumori di Milano, in un lavoro presentato al Congresso ERS 2025 con il titolo Smoking cessation in cancer patients: still a gap to fill?

Quello che segue è un caso clinico esemplificativo, costruito sui problemi assistenziali e sulle evidenze discusse dagli autori, e non la descrizione di un singolo paziente dello studio.

La diagnosi che dovrebbe cambiare tutto
Immaginiamo un paziente di mezza età, fumatore da molti anni, al quale viene diagnosticato un tumore polmonare.

Il primo impatto è inevitabilmente quello della diagnosi oncologica: gli esami distadiazione, la caratterizzazione molecolare della neoplasia e la definizione del trattamento diventano le priorità.

Il paziente continua però a fumare.

Quando gli viene chiesto se abbia intenzione di smettere, risponde di averci provato più volte, senza successo. Sa che il fumo ha contribuito al rischio di sviluppare la malattia, ma proprio questa consapevolezza può accompagnarsi a sentimenti di colpa, ansia e frustrazione.

Il problema, quindi, non è semplicemente dire al paziente di smettere.

È aiutarlo concretamente a farlo.

Una domanda che spesso non viene affrontata
Nel percorso oncologico esistono numerose occasioni nelle quali chiedere al paziente sefuma ancora.

Eppure, secondo i dati raccolti dal gruppo dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, questa opportunità non viene sempre sfruttata.

Tra il 2019 e il 2024, l’Istituto ha organizzato programmi nazionali di formazione sullacessazione dal fumo rivolti al personale sanitario di 16 centri oncologici.

I ricercatori hanno quindi intervistato 149 medici, chiedendo loro quale formazione avessero ricevuto sul tema durante gli studi e quanto la cessazione dal fumo venisseaffrontata nella pratica clinica.

Il risultato è significativo: il 62% dei medici intervistati ha dichiarato di non aver ricevuto formazione sulla cessazione dal fumo durante il percorso universitario.

La percentuale saliva al 79% durante la specializzazione.

Ma il dato più interessante riguarda il rapporto con il paziente: il 41% dei medici ha dichiarato di non discutere il tema del fumo con i propri pazienti oncologici.

Tra questi, il 90% ha indicato come motivazione il fatto di non considerare la cessazione dal fumo fondamentale per migliorare la prognosi oncologica.

“Ormai è troppo tardi”
Nel caso esemplificativo, il paziente potrebbe quindi trovarsi davanti a una situazioneparticolare.

Ha ricevuto la diagnosi di tumore, ma nessuno gli ha ancora proposto un vero programma per smettere di fumare.

Può persino pensare:

“Ormai il danno è fatto”.

Ma questa convinzione non è corretta.

Gli autori dell’abstract ERS richiamano una recente revisione sistematica secondo cui lacessazione dal fumo dopo una diagnosi oncologica è associata a una maggioresopravvivenza globale e a una migliore sopravvivenza libera da progressione.

Smettere di fumare dopo la diagnosi, quindi, non è un intervento privo di significato perché “il tumore è già comparso”.

Al contrario, può rappresentare una componente importante della presa in carico complessiva.

Non è soltanto una questione di volontà
Nel paziente oncologico che continua a fumare, la risposta non dovrebbe esseresemplicemente un invito generico a smettere.

La dipendenza da nicotina può richiedere una valutazione specifica e un interventostrutturato, che può comprendere supporto comportamentale e, quando appropriato, trattamento farmacologico.

L’obiettivo è trasformare la cessazione dal fumo da una raccomandazione occasionale in un vero intervento clinico.

Il modello dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano va in questa direzione. La Pneumologia dell’Istituto comprende infatti un Centro Antifumo, coordinato da RobertoBoffi, e tra le attività di ricerca della struttura figura anche uno studio pilota difarmacogenomica delle terapie per la disassuefazione dal fumo.

Il momento della diagnosi può diventare un’opportunità
Nel nostro caso esemplificativo, il paziente viene quindi indirizzato a un percorsodedicato.

Il primo passaggio consiste nel comprendere quanto sia forte la dipendenza, quali siano le situazioni che inducono maggiormente a fumare e quali tentativi di cessazione siano già stati effettuati.

Successivamente vengono valutate le strategie più appropriate, tenendo conto della storia clinica e delle terapie oncologiche in corso.

Il paziente non viene semplicemente invitato a “resistere alla tentazione”.

Gli viene proposto un percorso.

Questa differenza è fondamentale.

Perché il medico è determinante
Il lavoro di Veronese e colleghi mette in evidenza una possibile criticità del sistema: se il professionista non affronta sistematicamente il problema del fumo, il paziente può non ricevere mai un’offerta strutturata di aiuto.

Non significa necessariamente che il medico sottovaluti i danni del tabacco.

Nel percorso oncologico esistono molte altre priorità: diagnosi, stadiazione, terapia, effetti collaterali, gestione dei sintomi e sostegno psicologico.

Ma proprio per questo la cessazione dal fumo rischia di rimanere sullo sfondo.

L’obiettivo indicato dagli autori è quindi colmare il “gap” formativo e integrare maggiormente la cessazione dal fumo nella pratica oncologica.

Un cambio di prospettiva
Il paziente oncologico che fuma non dovrebbe essere considerato soltanto come unapersona che “non riesce a smettere”.

È un paziente con una dipendenza che necessita di un intervento sanitario.

Questo cambio di prospettiva è particolarmente importante perché evita anche un approccio basato sul senso di colpa.

La domanda non dovrebbe essere:

“Perché continua a fumare nonostante il tumore?”

Ma “Come possiamo aiutarlo concretamente a smettere?”

La lezione dell’Istituto Tumori di Milano
L’esperienza presentata da Chiara Veronese e colleghi all’ERS mostra che esiste ancora uno spazio importante per migliorare la formazione degli operatori sanitari.

I numeri parlano chiaro: nella popolazione di 149 medici intervistati, una quota consistente riferisce di non aver ricevuto una formazione specifica sulla cessazione dal fumo e una parte non affronta regolarmente l’argomento con i pazienti oncologici.

La conseguenza pratica è che un intervento potenzialmente rilevante può non entrare nel percorso di cura.

Il messaggio per il paziente
Una diagnosi di tumore non significa che sia troppo tardi per smettere.

Al contrario, può essere il momento nel quale offrire al paziente un sostegno specifico per interrompere una dipendenza che dura da anni.

Per farlo, però, non basta la raccomandazione “smetta di fumare”.

Servono tempo, formazione, competenze e percorsi dedicati.

È questo il messaggio che arriva dall’esperienza dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano: la cessazione dal fumo dovrebbe essere considerata parte integrante della presa in carico del paziente oncologico, non un tema marginale da affrontare soltanto se rimane tempo.

Gli autori
Chiara Veronese, Roberto Mazza, Elena Munarini, Elisa Cardani, Debora Spitaleri, Roberto Boffi

Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori, Milano.

Titolo originale: Smoking cessation in cancer patients: still a gap to fill?

European Respiratory Journal. 2025;66(Suppl. 69):PA2671.
DOI: 10.1183/13993003.congress-2025.PA2671.